Se siete scrittori alle prime armi e vi state chiedendo come scrivere il vostro primo libro (o anche se siete un po’ più esperti e volete perfezionare il vostro stile), starete probabilmente cercando consigli, trucchi ed esempi per prendere la penna in mano e stendere un buon prodotto. E allora mettetevi comodi e leggete le nostre “chicche” da non perdere sull’originalità dello stile, con particolare riferimento ad avverbi e aggettivi.

Ecco dunque qualche esempio pratico sulle primissime tecniche base per scrivere il vostro libro.

Lo stile

Lo stile è la particolare inflessione di uno scrittore, il suo
vocabolario e quel qualcosa che lo rende riconoscibile; è «la maniera dell’autore, i suoi tic, i suoi trucchi particolari; e, se lo stile è vivo, il tipo d’immagini, di descrizioni di cui egli si serve e la maniera con cui procede; e, se ricorre a similitudini, come le adopera e come varia gli espedienti retorici della metafora e della similitudine e le loro combinazioni».

L’aggettivazione e l’uso degli avverbi

Con la sola aggettivazione, è opportuno ricordarlo, lo scrittore geniale è in grado di descrivere adeguatamente ed in modo indimenticabile il personaggio introdotto:

Tutti gli invitati compivano il rito del saluto all’inutile zia non nota ad alcuno e non interessante per nessuno.
(Lev TOLSTOJ, Guerra e pace, Roma, Gherardo Casini, 1968, I, p. 35)
– Att-tten-ti! gridò il comandante con voce formidabile, gioiosa per lui stesso, severa per il reggimento, e deferente verso il superiore che si avvicinava in carrozza.
(Ibidem, p. 168)
Sentì Olga e Hugo che litigavano nella stanza accanto alla sua: Olga che sparava a mitraglia domande e rivendicazioni, Hugo che rispondeva di volta in volta umile, implorante, suadente, canzonatorio e poi di nuovo umile.
(Ken FOLLETT, Nel bianco, Roma, La biblioteca di Repubblica, 2006, p. 194)

Uno dei tratti distintivi dello stile brillante, è costituito dall’uso di aggettivi inconsueti, inaspettati rispetto al sostantivo che descrivono.

Più la scrittura è piatta, infatti, più gli aggettivi ed i sostantivi tendono a formare delle coppie stereotipe, come è ampiamente dimostrato dal peggior linguaggio giornalistico, dove tali “tandem” costituiscono veri (e quasi irresistibili) modelli di comunicazione banale; così la vicenda è sempre sconcertante, la fatalità è tragica, l’attesa snervante, la delusione cocente, e via ripetendo.

Tutto questo, l’uso cioè di abbinamenti aggettivo / sostantivo precostituiti, è per lo scrittore ovviamente da scartare, a meno che egli non se ne serva per sottolineare ironicamente il carattere manchevole o conformista di un particolare personaggio. Pur senza arrivare allo stereotipo, esiste comunque per lo scrittore il pericolo di utilizzare l’aggettivazione in modo scontato, senza determinare cioè quell’impressione di freschezza che si dona al lettore quando lo si sorprende con la proposta di termini inaspettati, di accostamenti singolari, di descrizioni originali. Anche il solo cambiamento dell’ordine abituale con cui vengono solitamente presentati binomi (anche banali) di aggettivi e sostantivi porta già cospicui miglioramenti: “bella ragazza” suona scontato e grigio; “ragazza bella” no.

Ecco, ad esempio, alcuni esempi di felice e inconsueta aggettivazione:

…sono cresciuto senza avere coscienza della mia povertà. Solo più tardi me ne sono reso conto, non senza astratti rancori.
(Gianni BRERA, Il corpo della ragassa, Milano, Longanesi, 2° ed. 1970, p. 13)
…era Monsignor Vescovo, che veniva da Novara e doveva quindi considerarsi del nostro stesso impasto etnico.
(Ibidem, p. 17.)
Se tende l’orecchio, sente lo sgarro della badila concava che si affonda rabbiosa nel riquadro di ciottoli.
(Ibidem, p. 93)
Erano risate sorde, ma spumose; risate piene d’impazienza; che, ad ascoltarle bene, parevano brividi; lente e comode, larghe e insolenti.
(Federigo TOZZI, Tre croci, Milano, Garzanti, 1991, pp. 36-37)
…solfarai e contadini, la maggior parte, dalle facce terrigne e arsicce, dagli occhi lupigni, vestiti dei grevi abiti di festa di panno turchino…
(Luigi PIRANDELLO, “I vecchi e i giovani”, in Romanzi, Milano, Mondadori, 1981, II, p. 162)
Niente baffi, don Diego, e neppur ciglia; nessun pelo; gli occhietti calvi, scialbi acquosi.
(Luigi PIRANDELLO, “Il turno”, in Romanzi, Milano, Mondadori, 1981, I, p. 216)
Emanuele, rincantucciato in cima al suo sgabello, seguiva la scena con occhi acquatici.
(Italo CALVINO, Ultimo viene il corvo, in “Romanzi e racconti”, Milano, Mondadori, 2005, I, p. 312)
Gli diede da fumare e insieme fumavano e guardavano con gli occhi sabbiosi di sonno partire i treni.
(Ibidem, p. 332)
…le patelle, coi piatti corpi zonati giallo-bruni sotto i gusci barbuti e lichenosi.
(Ibidem, p. 360)
Il Principe li aveva accolti dall’alto della propria inespugnabile cortesia…
(Giuseppe TOMASI DI LAMPEDUSA, Il gattopardo, Novara, Mondadori / De Agostini, 1992, p. 68.)
…si avviarono verso la porta e uscirono nella piazza abbrutita dal sole.
(Ibidem, p. 76)

Molto efficace è l’uso di aggettivi contrastanti, in cui l’uno tempera l’altro, spesso con risultati di grande efficacia descrittiva:

Aveva occhi spaventati, risoluti e allegri.
(Natalia GINZBURG, Lessico famigliare, Novara, Mondadori – De Agostini, 1992, p. 84)
Ricoperta da una rattoppata tovaglia finissima…
(Giuseppe TOMASI DI LAMPEDUSA, Il gattopardo, Novara, Mondadori / De Agostini, 1992, p. 17)
L’atteggiamento della fanciulla tra questi furori era docile ma non rassegnato…
(Alberto MORAVIA, Gli indifferenti, Milano, Bompiani, 1990, p. 171)
…sorrideva dipingendosi il volto di una espressione di amara e scanzonata superiorità…
(Ibidem, p. 208)
Aveva il volto grasso, ma pallido…
(Federigo TOZZI, Il podere, Milano, Garzanti, 1986, p. 73)
…il suo aspetto, benché goffo, non era volgare…
(Jane AUSTEN, Mansfield Park, Milano, Club del Libro, 1961, p. 30.)
…quel timore poteva provenire soltanto dallo sguardo intelligente e insieme timido…
(Lev TOLSTOJ, Guerra e pace, Roma, Gherardo Casini, 1968, I, pp. 36-37)

Altrettanto pregevole (e spesso di grande effetto) è l’utilizzo di aggettivi che contrastano nel concetto col sostantivo a cui si riferiscono:

…come quell’inquietudine mansueta che a volte prende anche gli animali
(Mario RIGONI STERN, Storia di Tönle, Bergamo, Euroclub, 1980, p. 30)
…aveva nel viso e nella voce una dolcezza seria, una virile tranquillità
(Antonio FOGAZZARO, Piccolo mondo antico, Milano, Garzanti, 1989, p. 152.)
La Giacinta, cedendo alla dolce violenza, si serrò meglio nello scialle…
(Luigi CAPUANA, Giacinta, Milano, Mondadori, 1988, p. 56)

In caso di utilizzo di coppie di aggettivi, un modo meno scontato di accostarli, può essere quello di dividerli mediante il sostantivo a cui si riferiscono:

Sbirciò gaiamente il figlio di sotto le folte sopracciglia spioventi.
(Ibidem, p. 144)
…guardava tuttora coi begli occhi lacrimosi la porta…
(Ibidem, p. 159)
…i più gravi guardavano in silenzio, con mite e morboso interesse fanciullesco, il corriere che galoppava loro accanto.
(38 – Ibidem, p. 213)

L’impiego degli avverbi presenta analoghe enormi possibilità. Spessissimo gli avverbi sono utilizzati unitamente agli aggettivi, a formare frasi di notevole penetranza:

…cosicché ella si sentiva circondata da quell’odore paterno tabaccoso e senilmente acre che da tanto tempo conosceva.
(Ibidem, p. 134)
…e portando con sé nell’atmosfera concentrata, mesta e cupa della principessina Mària un mondo tutto diverso, spensieratamente gaio e soddisfatto.
(Ibidem, p. 140)
Dietro la porta si udiva in quel frattempo la voce vivacemente scontenta di Kutuzov…
(Ibidem, p. 233)

Tratto da “Bagaglio tecnico per scrittori” di Amedeo Benedetti, Erga, 2015.